Il bambino

Trattando un romanzo come una serie di immagini, molto spesso mi scopro a concentrarmi sulla saturazione. Non è questo il caso, perché quello che mi ha colpito ne Il Bambino di Fernando Aramburu è la temperatura. Ed ecco, difficilmente si possono immaginare esistenze più colpite dalla sorte: perdite inaccettabili, cocenti delusioni, equivoci deflagranti. Tutto questo dovrebbe avere, teoricamente, la cifra del gelo. E invece in questo libro, a dispetto della pioggia e del vento, la tragedia è assolata.

Aramburu non è un autore che definirei ispirato. Il suo connotato è più propriamente il talento narrativo. Più passano gli anni e scorro pagine, più vado convincendomi di quanto la semplicità sia straordinariamente significante. E questo libro, se ce ne fosse bisogno, dimostra candidamente che essere semplici richiede molto più talento dell’essere complicati.

Forse non sarà un gran complimento il fatto d’esse stati colpiti più dalla tecnica che dalla vicenda. Ma ho trovato così disarmante il flusso pacifico di questa cronaca, che non posso tacerne, specie per dare spazio a una storia che, non so perché, mi è scomparsa tra le mani appena chiuso il libro. Ed è solo per questo (non che sia poco) che il romanzo, poi, per quanto molto bello, non è un capolavoro.

L’autore anticipa con alcune parole di giustifica il fatto che il racconto è interrotto talvolta da una spalla, da quello che in teatro si chiama il personaggio comodino, al quale generalmente si affida un refill narrativo: volgarmente, uno spiegone per tutto ciò che occorre dire rapidamente sottraendolo all’azione. Aramburu chiede di farlo al romanzo stesso, che, con accorta brevità, ogni tanto parla, si autorecensisce, aggiusta la rotta. Mi piace questa cosa? In verità, non tanto. È fatta bene? Non credo si sarebbe potuta far meglio.

Il bambino
Fernando Aramburu
Guanda, 2024

 

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