Un cardellino
Quale libro mi dovrebbe tornare alla mente guardando la foto di questo cardellino? Beh, sarebbe abbastanza normale pensare a Il Cardellino di Donna Tartt. Sarebbe normale ma non è il mio caso.
Quale libro mi dovrebbe tornare alla mente guardando la foto di questo cardellino? Beh, sarebbe abbastanza normale pensare a Il Cardellino di Donna Tartt. Sarebbe normale ma non è il mio caso.
Trattando un romanzo come una serie di immagini, molto spesso mi scopro a concentrarmi sulla saturazione. Non è questo il caso, perché quello che mi ha colpito ne Il Bambino di Fernando Aramburu è la temperatura. Ed ecco, difficilmente si possono immaginare esistenze più colpite dalla sorte: perdite inaccettabili, cocenti delusioni, equivoci deflagranti. Tutto questo dovrebbe avere, teoricamente, la cifra del gelo. E invece in questo libro, a dispetto della pioggia e del vento, la tragedia è assolata.
La bella scrittura a volte si presta a cause abiette, come quella di farti familiarizzare con persone che non avresti mai voluto conoscere e delle quali non vorresti sapere un bel niente. Certi romanzi, però, sono proprio così: non direi falsi, perché l’immaginazione è essa stessa una cosa reale, ma infìdi. E da questo puto di vista Kairos è un autentico trabocchetto.
Chissà se è vero che avere tutta la sfortuna del mondo equivale realmente ad averne tutta la fortuna. Se il caso si accanisse e non trovasse alcuna opposizione, ma una pacifica e serena accettazione. Chissà se in quella situazione, il dolore, svuotato di senso, svanirebbe d’un colpo. Tutto può andare in un modo o in quello perfettamente opposto: questo lo sappiamo, e non ci fa dormire.
Ho trovato un refuso in un romanzo di Einaudi. Ci resti un attimo quando trovi un refuso in una edizione del genere: non te lo aspetti. Però è lì e grida qualcosa che ti trascina in un’altra storia. Quella di un editor trafelato, che conta le pagine ogni trenta minuti per capire quanto sta guadagnando, il telefono che squilla, un bambino che fa saltare la pastina di stelline dal suo seggiolone, un gatto che vomita il bolo sul bracciolo del divano. Questa è la versione che dissacra il romanzo, almeno.
Ateo e scontento. Così è Toviah, un giovane londinese che vive in prima persona e suo malgrado quel grande romanzo ebraico conosciuto come Antico Testamento. La sua è la storia di un ateo che ha il problema di girarsi, di dare finalmente le spalle alla sua famiglia religiosa e complicata, afflitta da una micidiale combinazione di anticonformismo confessionale, narcisismo e follia.